Non vi ho ancora parlato della novità di quest’anno. Da Ottobre collaboro con il centro “studio Sauli 4”. La shala é bellissima, si affaccia in via San Vincenzo, é silenziosa e luminosissima. La direttrice del centro è Silvia Canevaro, anche lei insegnante yoga e operatrice ayurveda. La nostra formazione è apparentemente distante, comune la visione olistica della vita. Nello studio si praticano differenti stili di yoga. Agli stili di yoga fisico, hatha e vinyasa, vengono affiancati corsi di yoga accessibile, yoga dolce, yoga con la sedia, yoga del viso, yoga per malati oncologici e Raja yoga (meditazione). Nello studio ricevono anche altri professionisti del benessere: massaggiatori, osteopati e fisioterapisti.
È stato durante uno dei nostri colloqui con Silvia – le raccontavo il mio percorso, i primi passi nell’Hatha Raja Yoga, poi nell’Ashtanga Vinyasa, lo Yin Yoga e infine l’incontro e l’amore per il Vinyasa Krama, quella che considero “la mia pratica” – che è nata l’idea di proporre delle classi speciali di Vinyasa Krama durante il weekend, periodo in cui si è più propensi a staccare dalla routine settimanale e più disponibili per stare in “uno spazio di ascolto, attenzione e accoglienza”.
Questa classe del sabato durerà un po’ più a lungo delle classi proposte durante la settimana: ci sarà spazio per praticare mantra, pranayama, le sequenze in piedi e da seduti, le inversioni, il rilassamento finale, savasana e la meditazione.
Durante questa lezione praticheremo con un ritmo lento, ma l’intensità non mancherà: il corpo cercherà la precisione nei gesti e il respiro profondo guiderà ogni movimento. Ogni asana troverà il suo posto all’interno di un processo sequenziale graduale: dal rivolgere i sensi verso lo spazio interiore, pratyahara, attraverso la dharana, la concentrazione, avremo accesso allo spazio di meditazione, dhyana, in cui accogliere la totalità in noi.
La pratica é apprendimento, osservazione e resa. La ripetizione delle asane nel tempo ci evolve, ci aiuta a funzionare meglio, viene integrata nel quotidiano. Ci offre gli strumenti per interpretare il quotidiano, disvela gli schemi che ci guidano, aiuta a risolvere i conflitti migliorando il nostro senso di equilibrio. Krama è questo, un processo graduale, che se vissuto consapevolmente, ci porta ad accogliere il cambiamento.
Vi aspetto numerosi in questa prima classe che si svolgerà:
sabato 19/11/22
10:30-12:30
Studio Sauli 4 – via Orti Sauli 4/7 sc. A, 16121 Genova
Costo lezione singola 16€
Prenotazione obbligatoria: (347-0495244 con messaggio via whatsapp)
La classe è adatta a chi pratica da tempo e a chi, pur avvicinandosi per la prima volta allo Yoga, svolge regolarmente un’attività fisica.
Sabato 27 Agosto nel chiostro di San Francesco ad Acqui Terme si terrà l’ultimo degli incontri iniziati a Luglio di yoga solidale a sostegno della ricerca sulla fibrosi cistica.
La fibrosi cistica è una malattia genetica ereditaria, cronica ed evolutiva, che solitamente si manifesta nei primi anni di vita, colpendo l’apparato respiratorio e quello digerente. Allo stato attuale la guarigione non è ancora possibile e la durata media della vita è minore rispetto a quella di un individuo sano. In Italia un neonato su 2500-3000 è colpito da questa malattia.
È stato grazie ai post di Paola (Paola Zunino) sul profilo Instagram delegazioneffcricerca_acquiterme, se mi sono sensibilizzata e ho qualche informazione in più su questa malattia. Il profilo racconta le storie dei malati, promuove campagne di raccolta fondi e informa sulle cure e i medicinali attualmente a disposizione. Da un nostro incontro ad Acqui è nata questa piccola iniziativa a supporto della ricerca.
Se sei in vacanza o abiti nella zona dell’acquese hai ancora la possibilità di unirti a noi per praticare una classe di yoga accessibile. Non è necessario essere sportivi e atletici e neppure essere praticanti esperti. Viceversa se lo sei, sei ugualmente benvenuto.
Concludo ringraziando tutte le persone speciali che hanno partecipato agli incontri, la Corale città di Acqui Terme che insieme al Comune ci ha messo a disposizione questo spazio raccolto che invita alla connessione e Paola, per il suo entusiasmo e la sua generosità. A sabato prossimo 💓
quando: sabato 27 Agosto
ore: 10
dove: cortile della chiesa di San Francesco. L’accesso avviene dal parcheggio della caserma, in piazza Don Piero Dolermo, 24, Acqui Terme.
Colui il cui sguardo è stabile anche senza un oggetto, il cui respiro è stabile senza sforzo, [e] la cui mente è stabile senza un sostegno, egli solo è uno yogi, un guru, e lui solo si deve servire. Amanaska 2.44
Oggi è Guru Purnima la giornata in cui si celebrano con gratitudine e rispetto i maestri spirituali che ci hanno insegnato nella nostra vita. Secondo l’interpretazione della tarda Advaya Taraka Upanishad (14-18), il termine guru origina dalla radice “gu” che denota oscurità mentre la sillaba “ru” denota la luce. Il Guru sarebbe colui (il brahman) che conduce il discepolo (shishya) dall’oscurità alla luce. La trasmissione degli insegnamenti si basa sull’esperienza diretta e pratica e viene chiamata ”parampara”. Tradizionalmente la conoscenza poteva essere trasferita dal guru al discepolo solo dopo anni di apprendistato, anni in cui l’allievo viveva a stretto contatto con il maestro abbandonandosi al Guru completamente: corpo, mente e spirito.
Il maestro è Brahmā (nume preposto alla manifestazione), il maestro è Vinṣṇu (nume preposto alla conservazione) il maestro è Śiva Maheśvara (Dio preposto al riassorbimento) , solo il maestro, invero è il sommo brahman (assoluto senza qualificazioni), a questo venerabile Maestro sia resa prosternazione adorante.
fonti:
Wikipedia
James Mallinson- Mark Singleton, “Le radici dello yoga”, Ubaldini Editore
“Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza.
Icaratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici”.
Khalil Gibran
Ci sono donne speciali, forti, ferite profondamente dalla vita ma non vinte. Cristina é una di queste. La vita le ha tolto tanto, privandola negli affetti più cari, colpendola in basso. E lei dal basso ha ricominciato, togliendo gli abiti eleganti, indossando scarpe e vestiti comodi, piegando la schiena e usando le mani.
Recita un proverbio contadino: “la terra é bassa”.
E per Cristina che conosce la fatica di convivere con il dolore (la sorella barbaramente uccisa da un uomo a soli 24 anni per futili motivi) cosa vuoi che sia piegarsi verso terra e faticare se non salvezza?
Cristina ha fatto sua la resilienza delle piante. Il dolore trasformato attraverso il lavoro fisico, dal contatto con la natura, madre accogliente capace di restituire amore alle anime a cui la vita ha tolto tanto. Il lavoro in giardino come terapia di apertura e di rinascita. Perché é proprio nel giardino di famiglia, tra iris ed erbacce che Cristina ha intravisto una possibilità.
“Io e il mio giardino ci prendiamo cura a vicenda l’uno dell’altra. Mettere letteralmente i panni della giardiniera, ogni giorno dopo il mio lavoro d’ufficio in banca, mi ha fatto rinascere, regalandomi nuove energie.”
Il giardino sorge su un terreno di 1.000 metri quadrati posti su terrazzamenti nella località di Trebecco a Credaro. Fu suo padre Luigi, botanico appassionato a realizzarlo nel 1982 con l’aiuto della moglie. Fu lei a suggerire di utilizzare le iris in quel terreno scosceso, perché da bambina aveva visto i contadini utilizzare quei fiori per rinforzare i fossi e compattare il terreno. Le iris sono piante fortissime, vivono con poco, sono resistenti al freddo, alla siccità e non richiedono particolari cure. Sono piante guerriere, come Cristina.
“Mio padre coltivava e ibridava iris barbate da più di trent’anni, pertanto fin da ragazzina il binomio iris-giardino di Trebecco mi veniva naturale. Ma ho percepito la portata della collezione delle iris quando, dopo averla ereditata, ho iniziato a mettere mano alla mole dei suoi appunti botanici e ho trovato gli innumerevoli certificati di registrazione dell’American Iris Society, la massima autorità in materia.”
Quando il padre Luigi muore, Cristina eredita il giardino in stato di abbandono. Chiede aiuto alle sue 13 cugine per salvarlo: erano necessarie pulizie profonde e il ripristino dei muretti a secco crollati. Nel 2018 dopo due anni di lavori, il giardino é pronto per dar corpo alla prima idea di Cristina: l’apertura al pubblico. Nasce il progetto “Le iris di Trebecco”, luogo dove “celebrare bellezza”. Inserito nel castello medievale di Castel Trebecco, vicino Bergamo, in primavera esplode: sono circa 4000 le iris barbate della collezione che fioriscono in più di 150 sfumature colorate.
“Uno dei miei obiettivi primari per i prossimi anni riguarda la classificazione di tutte le iris della miacollezione, individuando gli ibridi creati da mio papà in 30 anni di ricerche. Tutte le tipologie classificate verranno poi divise e moltiplicate per essere destinate alla vendita.”
Cristina oltre all’esposizione di fiori offre corsi di acquerello e composizione floreale e organizza degli slow-weekeend tra fiori e percorsi eno-gastronomici nelle località del territorio.
Dal 2018 Cristina non si é più fermata, neppure durante il lock-down. In quei giorni nel giardino non é potuta andare ma lei, resiliente, da casa si mette in cammino con il pensiero. Da quel substrato pieno di idee e di iris e dai volumi del padre che la circondano, nasce nel 2020, in pieno lock-down, l’idea di dedicare alla sorella, e idealmente a tutte le donne vittime di violenza, la “Biblioteca della natura Paola Mostosi”. Riordina i libri del padre e poi avvia una campagna di raccolta di libri ed opere d’arte a tema naturalistico attraverso i social, che parte da subito alla grande.
“Adesso il mio lavoro principale consiste nella catalogazione di tutti i volumi che sto acquistando e ricevendo. La prima donazione importante è stata la raccolta dei volumi di arte floreale di Alessandra Paccanelli, flower designer, scomparsa anni fa. Il fatto che gli eredi, per non disperdere questo patrimonio, avessero pensato a me è stato significativo e l’ho percepito come un riconoscimento di stima, ma anche come l’inizio di una nuova sfida.”
La campagna di raccolta é ancora attiva. Si può donare contattando Cristina su Facebook e Instagram, che é il “luogo” che ci ha avvicinate.
Attualmente Cristina é impegnata nella ricerca di una sede per la biblioteca, che lei vede come un luogo in continuo divenire. Le piacerebbe trovare dei finanziamenti per creare borse di studio per giovani artisti. Una sorta di “giardino dell’arte”, dove gli artisti per un certo periodo di tempo potrebbero interagire, ibridarsi e metaforicamente “far nascere fiori”; le creazioni (negli ambiti della scrittura, arti figurative e musicali) entrerebbero a far parte di una collezione in esposizione permanente presso i locali della biblioteca.
“La Biblioteca della Natura sarà un luogo duttile, dove la consultazione dei libri sarà una delle attività. Ci saranno “laboratori” (con materiali provenienti dalla Natura e dal riciclo dei materiali), worshops, presentazioni di libri, mostre di fiori, fotografie e tanto altro.”
Il filo conduttore sarà il favorire “bellezza” e “benessere” nel loro senso più ampio: mentale, spirituale e fisico.
Sabato scorso ho abbracciato e ascoltato Cristina, che considero “maestra di vita”, raccontare la sua storie e i suoi progetti a “Fiorissima”, la Mostra Mercato Florovivaistica di Ovada (Al). Ho avuto conferma della sua forza e della sua resilienza. La sua storia dimostra come possiamo dare il meglio di noi anche se la vita ci pone di fronte ad eventi terribili.
C’é una storia sufi che Chandra Livia Candiani racconta nel libro “il silenzio é cosa viva. L’arte della meditazione” che descrive la parabola di Cristina.
«Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne. L’asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi. Infine, il contadino prese una decisione crudele: concluse che l’asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l’animale dal pozzo. Al contrario, chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l’asino. Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L’asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase zitto. Il contadino allora si decise a guardare verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide. A ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l’asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, l’asino riuscì ad arrivare fino all’imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando».
Ecco Cristina é così: una che non si é arresa che non si é comportata da vittima ma ha trovato il modo per emergere e trasformare la sofferenza in salvezza. Mi piace immaginarla nei panni di Virabhadrasana. Vira in sanscrito significa “eroe”, uomo coraggioso e bhadra significa “buono”, benevolo, di buon auspicio. Il grande guerriero Virabhadra che emerge dalla terra (Virabhadrasana 1), sfodera la sua spada (Virabhadrasana 2), carica il colpo (Parsva Virabhadrasana ) e taglia la testa a Daksha (Virabhadrasana 3) ma questa é un’altra storia. Cristina con la spada ha incanalato il dolore e lo ha trasformato, perché solo accettando il dolore e la sofferenza possiamo aprirci al cambiamento e rinascere in un bellissimo fiore.
“L’essenziale è invisibile agli occhi, si vede bene solo con il cuore” Saint-Exupery
Questo secondo periodo di lock-down è stato un periodo particolarmente duro, che ha portato ulteriori cambiamenti nelle abitudini e in quasi tutto intorno a noi. Per quel che mi riguarda la pratica personale è stata una compagna fedele, ma il calore e il conforto sono arrivati dagli studenti della shala virtuale che con la loro partecipazione mi hanno sostenuta e mi hanno di fatto reso la vita piena. Per questo, appena è stato possibile, ho invitato il mio gruppo ad Acqui Terme. Volevo ringraziare tutti per l’affetto e il supporto ricevuti. Ed è stato emozionante tornare a praticare insieme dopo tutti questi mesi di chiusura.
“ E’ facile trovare bellezza e vera gioia dove il cuore, la fantasia, il coraggio e soprattutto la sincerità del sentire e del fare hanno il sopravvento: poche cose più di un giardino possono far sentire un cuore e il suo palpito.” P. Pejrone
Ad Acqui Terme passo molta parte del mio tempo in solitudine. La casa dove vivo ha un bellissimo giardino che curo insieme a mio marito e mi piace pensare che in un certo senso ci rappresenti: è forte e robusto e non ha bisogno di troppe attenzioni. Ed è uno dei miei maestri.
Chi cura o ha la fortuna di frequentare un giardino sa che il giardiniere deve sviluppare l’arte della pazienza. Come nello yoga in giardino non c’è fretta. Il coltivare ha i suoi tempi. Lenti.
Quanto siamo cambiati in questo anno? Tanto. Basta pensare alla nostra pelle che si rinnova completamente in un mese (in un anno ne perdiamo senza accorgercene circa un 20 chili). Qualcosa muore per essere sostituito. Osservare un giardino rende palpabile il concetto della trasformazione. Abbiamo sotto gli occhi il tempo con le sue fasi. Suggerisce quando è necessario rallentare e andare in letargo. Vivere nell’apparente immobilità. A noi che siamo anestetizzati dal cemento, le stagioni del giardino ricordano che la vita è un ciclo e non segue una linea retta. La primavera segna la ripresa, la rinascita, l’energia vitale non si contiene, e scorre, e trasforma.
La vita metaforicamente è ripresa anche per noi questa primavera grazie anche agli effetti della vaccinazione di massa che ha reso possibile rivederci, non troppo lontano da Genova, per una giornata di pratica e di relax. E quale posto migliore di un giardino? La quiete rigenerante di Cascina Loreto era quello che ci voleva “per guardare oltre”.
Nonostante il poco preavviso chi è riuscita ad organizzarsi è stata accolta da prati rigogliosi e ben rasati (tutto merito di mio marito) dai carpini e dai tigli pieni zeppi di foglie e da una esplosione di colori. Le peonie in boccio con il loro profumo, i mughetti, i primi boccioli di rose e le iris multicolori in quantità. E anche il meteo ha fatto la sua parte, regalandoci una giornata con sole pallido e poco vento, quando a Genova le nubi erano grigie e minacciose.
Abbiamo praticato sotto i carpini in sintonia con il fruscio dei rami mossi dal vento, dei cinguettii degli uccellini, dei profumi. Consapevoli di essere corpi energetici in sintonia dell’universo; corpi che si trasformano, che assumono forme talvolta sospese ma sempre connesse tra terra e cielo. La pratica yoga. Rigenerazione, equilibrio, respiro e meditazione.
A scompaginare la “sacralità del momento” ci ha pensato Tan, il mio gatto, che sul finire della sessione si è precipitato tra i tappetini con un topino in bocca, forse credendosi Gaṇeśa.
Il momento conviviale non poteva mancare. Intorno al tavolo da pranzo. Il menù vegetariano, quasi tutto auto-prodotto con ingredienti locali.
Questo è il libro che consiglio a tutti quelli che mi chiedono un buon libro sullo Yoga, sia che siano sadhaka (praticante) esperti sia che siano aspiranti yogi.
Nel libro di Donna Farhi – “Lo Yoga nella vita” La pratica quotidiana di una vita illuminata, Corbaccio – non ci sono foto e non ci sono dettagli tecnici sulle asane. C’è molto di più. L’autrice con un’ampia visione e un linguaggio semplice ci spiega come applicare la filosofia dello Yoga nelle nostre vite. Da voce a quelle domande che possono sorgere da impulsi profondi: Cosa ci manca? Chi siamo realmente? Qual’è la motivazione che ci spinge a voler praticare?
L’autrice ci spiega che chiunque, a partire dal proprio corpo e con la pratica costante, può superare quei pensieri e quei comportamenti che possono limitarci ed aspirare a qualcosa di più ricco, una vita più equilibrata e saggia. Ci spiega come iniziare il percorso, come scegliere un maestro; ma ci spiega anche l’importanza di una pratica personale. Ci spiega come fare per sostenerla e renderla costante, e non importa se siamo praticanti che dedicano alla pratica un giorno alla settimana. Si rivolge anche agli insegnanti, che a volte annullano la propria pratica personale fagocitati dall’insegnamento. Ci mette in guardia descrivendo gli ostacoli che possono mettersi in mezzo al nostro cammino, rallentandolo o addirittura bloccandolo. Ma ci da anche delle belle notizie, raccontandoci dei mezzi che in quanto sadhaka abbiamo a disposizione per proseguire il nostro viaggio verso la libertà e la beatitudine.
Gli spunti sono tanti e la riflessione può muoversi su più livelli. Ecco perché ho letto questo libro più volte e ancora continuo a tenerlo sul comodino. Ogni rilettura chiarisce, mi sostiene e mi motiva nella pratica. Tra le sue pagine trovo quel sostegno che puoi trovare in un amica, quella che nel momento giusto ti rivela quel qualcosa di te che non funziona ma che tu da sola non eri ancora in grado di vedere. Questo libro per me e’ quell’amica che nel momento di dubbio ti regala le parole di cui hai bisogno per capire quale direzione prendere e ripartire.
Se anche tu hai un libro preferito da suggerire scrivimi e raccontami perché.
Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo
Gandhi
Oggi, 15 novembre, per gli hindù é il Capodanno indiano, il Diwali. La parola “Diwali” tradotta significa “fila di luci” e in occasione di questa festa le famiglie attuano rituali di purificazione, rinnovano e puliscono a fondo la casa, il giardino, il corpo. Vengono cantati mantra e si fanno offerte alle divinità.
Diwali dura cinque giorni e ieri notte, nel quinto ed ultimo giorno dei festeggiamenti, quello della notte più scura, si é celebrata la Puja solenne (la puja é il rituale simbolico di offerta). Uno dei rituali più significativi di questa festa é l’accensione delle lampade ad olio, per illuminare le case, le strade, i templi. Una delle credenze tradizionali vuole che la dea Lakshmi si rechi nelle case illuminate per portare i suoi doni: fortuna, pace, armonia, salute. Milioni di candele vengono accese ogni anno in tutto il mondo per celebrare la vittoria della luce sull’oscurità.
La classe di questa mattina si é ispirata a Diwali, con l’intento di alimentare la nostra luce interiore e “lasciare andare” le ansie e le preoccupazioni con cui ognuno di noi ha dovuto fare i conti in quest’anno così difficile. Mettere da parte paura e sofferenza, portare luce in questo periodo oscuro e difficile, ritrovare forza e dare un senso a tutto quanto sta succedendo. E forse contribuire alla realizzazione di un futuro migliore, perché il contributo di ognuno di noi, unito a quello degli altri diventa qualcosa di grande. Come dice Svamini Hamsananda Ghiri, “da una sola luce insieme, uniti nelle diversità, possiamo accendere milioni di luci per un futuro migliore” .
Con questo intento, abbiamo lavorato su una sequenza di “purificazione”. Con twists per eliminare “tossine” dal corpo fisico e blocchi emotivi in quello spirituale. Con posizioni di forza per incrementare il “calore interno” che brucia alimentato dal soffio di “ujjayi” a trasportare energia, scintillante e vibrante in ogni asana. Perché le posture sono un mezzo potente che abbiamo a disposizione per incanalare energia nuova e spazzare via quella esausta. E per farlo abbiamo lavorato lentamente, portando ossigeno alla nostra fiamma interiore, e giungere in pincha mayurasana, la posa della coda del pavone, ed essere luce. Qualcuno di noi ci é arrivato qualcunono, ma non é il risultato che conta. Aprirsi in questa bellissima asana di equilibrio sulle spalle non é semplice.
Il pavone é il simbolo della grazia rivelata, grazia che ci rivela la nostra essenza che é luce scintillante.
Il vostro corpo é prezioso. É il veicolo che vi consente di risvegliarvi. Trattatelo con cura.
Siddhartha Gautama
Dirgha – respirazione yogica completa. Questa é una tecnica base con cui iniziare ad impratichirsi prima di passare ai veri e propri esercizi di pranayama. Ci insegna a riempire in maniera consapevole i polmoni, sfruttandone per intero le diverse fasce. Possiamo immaginare il respiro come un onda, con movimenti discendenti ed ascendenti: dall’addome saliamo alla zona toracica centrale, e di seguito su fino alla zona clavicolare. Interveniamo sul respiro intenzionalmente ricevendone da subito i suoi benefici. L’effetto calmante che si produce con questa tecnica può essere d’aiuto per chi soffre d’insonnia.
Si respira dalle narici, assumendo una posizione comoda o da sdraiati. Il respiro va eseguito con ritmo ma senza sforzi, gonfiando e sgonfiando l’addome come un palloncino. In questo modo facciamo consapevolmente lavorare il diaframma. Quando il nostro corpo ha interiorizzato questa prima fase possiamo passare alla seconda. Dopo aver inviato l’aria nella pancia proseguiamo nella zona più alta, espandendo la cassa toracica mediana in tutti i lati: aprendo le costole lateralmente, davanti e dietro. Anche qui respiriamo più volte ritmicamente fino a fare nostri e naturali questi movimenti. La respirazione é completa quando si arriva a riempire anche la parte alta dei polmoni, nella zona clavicolare. Continuiamo a respirare ritmicamente e senza sforzo portando l’attenzione sulle tre zone: seguiamo l’onda del nostro respiro, che arriva, riempie l’addome, il costato e “s’infrange” nella zona clavicolare per poi ritirarsi, dalla zona clavicolare fino all’addome.
Ecco qui, vi racconto un’altra novità: la mia prima diretta su Instagram! Ieri sera sono stata invitata da Aga Nowack – di lei vi ho già raccontato qui – per una chiacchierata sul “ricominciare”.
Uno dei miei mantra preferiti lo sapete é “ogni giorno é un nuovo giorno” nel senso che “ogni giorno é un nuovo inizio”. Dipende da noi, da che rotta vogliamo dare alla giornata e alla nostra vita. Senza bacchetta magica possiamo avviare dei cambiamenti anche piccoli, che una volta ripetuti diverranno significativi. Ho raccontato ad Aga, come nel mio caso il cambiamento sia avvenuto con lo yoga. Se avete letto la mia bio sapete che nella mia “vita prima” ero una libera professionista, un’architetto che cercava di lavorare nell’ambito dell’architettura sostenibile e molto del mio lavoro era in cantiere. Chiusa questa attività, inizialmente con dispiacere, molta apprensione e insoddisfazione, mi sono presa una pausa piuttosto lunga che é servita per elaborare il “lutto”, per farmi alzare le antenne e a posare i piedi su un tappetino di yoga. A piedi nudi é partito “il mio nuovo luminoso giorno”. Lo yoga é diventato “uno stile di vita”, mi ha spinta ad approfondire, a studiare e ad impegnarmi in un percorso profondo, lungo quanto la vita. Rimanendo “ricettiva”, approfondisco ed esploro. Sperimento. In questa circumnavigare ho incrociato Aga e il suo metodo. Ed io che mai avevo fatto un massaggio al viso e tantomeno avevo mai mostrato interesse per la cura di questa parte del corpo, mi sono detta, prova!
La ginnastica facciale di Aga mi ha convinta perché l’ho trovata sincera ed in sintonia con le regole di condotta personale di uno yogi. In particolare con due di questi insegnamenti: shauscha e samtocha. Shausha e’ il primo dei niyama, alla cui base c’é l’idea di prendersi cura del nostro corpo visto come un “tempio”, sia dal punto di vista fisico che mentale. La nostra “casa sacra” va pulita, purificata, rinnovata. Le impurità si rimuovono attraverso la pratica delle asane, una corretta igiene personale, e attraverso l’alimentazione che dovrebbe essere il più possibile salutare. Praticando queste abitudini migliora la nostra esistenza e lo vediamo nel corpo che cambia, aumentando in forza e flessibilità. Nel viso, che si apre e risplende, e a cascata lo avvertiamo nell’umore. Nella mente la negatività lascia il posto ai pensieri positivi e ci sentiamo meglio, siamo più amichevoli e allegre. Impariamo l’accettazione e il cambiamento é avviato. Stiamo vivendo applicando santosha, la regola della “contentezza” della “gioia” della “felicità”. E’ dall’esperienza di accettazione della vita, di quello che siamo e di qualunque cosa la vita ci abbia portato o ci porterà che la vita cambia. Quando realizziamo che la vita é un processo, un’evoluzione, siamo spinte in modo naturale ad andare avanti e a non “mollare”. Abbiamo tra le mani la chiave di questo niyama, che ci insegna che proprio attraverso il potere della contentezza, la nostra vita e quella dei nostri cari migliorano. Ed é vero che la felicità é contagiosa. Provate a sorridere al vicino di casa! E raccontatemi.
La paura e’ un atto di protezione. Una volta che ne facciamo esperienza la memorizziamo. Sta con noi, acquattata ma vigile. Osserva un gatto. Sta placidamente disteso ad occhi chiusi con la coda morbidamente in movimento. Appena fiuta che qualcosa non va scatta come un fulmine. Conosciuta l’esperienza della paura, il nostro corpo, se risponde bene, accusa il colpo, memorizza e poi si rilassa. Se invece lo stato di tensione e’ prolungato e non ci da tregua, non abbiamo pause per recuperare. Diventiamo come i gatti quando sono impauriti. Schiena curva, pelo ritto, occhi strabuzzanti, fiato corto. Ogni cellula del nostro corpo viene catturata dalla paura. Se non rispondiamo con un messaggio di calma lei continua a lavorare, a scavare. La paura cronica scava solchi che ci portano ad implodere. Le asane sono un modo per confrontarci con la paura, le fa riemergere in superficie. Su di me le inversioni sono il top per affrontarla. In un altro modo lo sono anche gli inarcamenti e le torsioni..…come dire…il lavoro non manca!
Sirshasana ha liberato il primo “brivido” imprigionato! Staccarmi dal muro, sentirlo arrivare, e scendere lungo la schiena. Resistere, lottando con le paure, soccombere. Le prime volte ti fermi. Dietro di te c’e’ il vuoto e non ti lanci. Hai conquistato il bordo. Poi sul bordo dell’abisso ci torni e ci appoggi anche il piede, ci respiri anche, e torni indietro in sicurezza. Poi riprovi. E poi, e poi. Ci sta anche che cadi. Ti rialzi e riprovi. E poi un giorno arriva il miracolo. La gamba ti tira su e arrivi in cima, respiri, prendi il controllo per quei due secondi e senti scendere in te la pace nei tessuti fino all’anima. La stabilita’ e la calma, finalmente! Per poco ma c’e’ l’hai fatta.
Puoi fare un passo in avanti. Di passo in passo, sono arrivata a sirshasana 2, partendo da prasarita padottanasana. Altro step, altre oscurità da portare in luce . Altri misteri. Li’ senti che le gambe volano. E se hai paura di volare… ci devi mettere presenza, controllo, intenzione. Ho iniziato a lavorarci da sola, perche’ insieme agli altri in classe mi bloccavo per paura di cadere e invadere il tappetino degli altri. Ahimsa sempre. Parlo dei “bei tempi andati”…quando si praticava in classi affollate, mat contro mat, con scambio attivo di prana….
pre-covid insomma… e comunque il brividino blu ogni tanto rispunta…