Il 14 Gennaio a Genova, ci sarà l’open day dello studio Helth Yoga. Nel giorno di apertura gli insegnanti condivideranno con voi la propria esperienza sul tappetino. Le lezioni saranno gratuite per tutto il giorno.
L’appuntamento con me sarà alle 10:15 per una pratica vigorosa ispirata alle sequenze della prima serie del maestro K. Patthabi Jois.
La pratica é aperta a tutti i livelli, ma é essenziale sia da principianti che da praticanti esperti, ascoltarsi e rispettare i propri limiti, mentali, emozionali e corporei.
Per partecipare occorre prenotare il tappetino (sotto trovate le info) , arrivare a stomaco vuoto (o mangiare almeno due ore prima), indossare abbigliamento che permetta libertà nei movimenti. Si pratica scalzi.
Durante la settimana mi trovate presso lo studio in questi giorni e orari
Martedì
8:00 Morning Yoga (60 min) – una pratica dolce e lenta
9:30 Vinyasa Krama (75 min) – pratica dinamica di posture in progressione e coordinate dal respiro
Mercoledì
11:30 Hatha Flow (75 min) pratica in cui le posture vengono tenute più a lungo, respiro fluido e regolare e studio di allineamenti
13:00 Vinyasa Krama (75 min)
18:00 Ashtanga Inspired 18:00 (90 min)
19:45 Yin (60 min) pratica complementare alle pratiche yang (dinamiche) si concentra sui tessuti connettivi, più profondi e rigidi come fascia, legamenti, tendini, articolazioni ed ossa.
Non vi ho ancora parlato della novità di quest’anno. Da Ottobre collaboro con il centro “studio Sauli 4”. La shala é bellissima, si affaccia in via San Vincenzo, é silenziosa e luminosissima. La direttrice del centro è Silvia Canevaro, anche lei insegnante yoga e operatrice ayurveda. La nostra formazione è apparentemente distante, comune la visione olistica della vita. Nello studio si praticano differenti stili di yoga. Agli stili di yoga fisico, hatha e vinyasa, vengono affiancati corsi di yoga accessibile, yoga dolce, yoga con la sedia, yoga del viso, yoga per malati oncologici e Raja yoga (meditazione). Nello studio ricevono anche altri professionisti del benessere: massaggiatori, osteopati e fisioterapisti.
È stato durante uno dei nostri colloqui con Silvia – le raccontavo il mio percorso, i primi passi nell’Hatha Raja Yoga, poi nell’Ashtanga Vinyasa, lo Yin Yoga e infine l’incontro e l’amore per il Vinyasa Krama, quella che considero “la mia pratica” – che è nata l’idea di proporre delle classi speciali di Vinyasa Krama durante il weekend, periodo in cui si è più propensi a staccare dalla routine settimanale e più disponibili per stare in “uno spazio di ascolto, attenzione e accoglienza”.
Questa classe del sabato durerà un po’ più a lungo delle classi proposte durante la settimana: ci sarà spazio per praticare mantra, pranayama, le sequenze in piedi e da seduti, le inversioni, il rilassamento finale, savasana e la meditazione.
Durante questa lezione praticheremo con un ritmo lento, ma l’intensità non mancherà: il corpo cercherà la precisione nei gesti e il respiro profondo guiderà ogni movimento. Ogni asana troverà il suo posto all’interno di un processo sequenziale graduale: dal rivolgere i sensi verso lo spazio interiore, pratyahara, attraverso la dharana, la concentrazione, avremo accesso allo spazio di meditazione, dhyana, in cui accogliere la totalità in noi.
La pratica é apprendimento, osservazione e resa. La ripetizione delle asane nel tempo ci evolve, ci aiuta a funzionare meglio, viene integrata nel quotidiano. Ci offre gli strumenti per interpretare il quotidiano, disvela gli schemi che ci guidano, aiuta a risolvere i conflitti migliorando il nostro senso di equilibrio. Krama è questo, un processo graduale, che se vissuto consapevolmente, ci porta ad accogliere il cambiamento.
Vi aspetto numerosi in questa prima classe che si svolgerà:
sabato 19/11/22
10:30-12:30
Studio Sauli 4 – via Orti Sauli 4/7 sc. A, 16121 Genova
Costo lezione singola 16€
Prenotazione obbligatoria: (347-0495244 con messaggio via whatsapp)
La classe è adatta a chi pratica da tempo e a chi, pur avvicinandosi per la prima volta allo Yoga, svolge regolarmente un’attività fisica.
Come promesso ecco la ricetta della pasta di mandorle di Ilenia, con cui preparare la frutta martorana. Le foto di questo articolo sono di Lorella Aiosa che ha fotografato Ilenia, nostra comune amica, mentre preparava la frutta “mani in pasta” insieme alla sua famiglia.
Le mani che impastano sono per me da sempre un segno d’amore, mi riportano all’infanzia, alle domeniche lente in cui la mattina, insieme a mia sorella, impastavamo la pasta fresca insieme alla nonna. Questo gesto così semplice porta con sé i ricordi dei luoghi e le emozioni: il piano di marmo della nostra cucina, il giardino che s’intravedeva dalla finestra, le risate e l’allegria trascinante della nonna; ma é anche un modo, come scrive Lorella nel suo articolo, di ricordare chi non c’è più ma in qualche modo è sempre con noi.
(…) mi sento ancora le mani meravigliosamente unte di gioia e amore e dolcezza e sorrisi e mani che preparano, ricordando e commemorando come merita, chi rimane sempre con noi anche se non c’è più. Dedicato a NOI che restiamo e a LORO.
Ingredienti
g 500 farina di mandorle
g 500 zucchero a velo (*)
g 65 acqua
g 50 di miele
1 fialetta di aroma di mandorle (facoltativa)
coloranti alimentari in polvere
alcool puro o liquore ad alta gradazione alcolica (tipo grappa)
brillante alimentare (facoltativo)
Procedimento
Unire in una terrina la farina allo zucchero e l’acqua, versando lo zucchero e l’acqua in modo graduale. Aggiungere il miele e l’essenza continuando a mescolare il tutto delicatamente fino ad ottenere un impasto compatto e malleabile. E’ importante non girare troppo l’impasto altrimenti l’olio contenuto nella farina di mandorle fuoriesce con il risultato di una pasta oleosa e friabile che non si riesce a manipolare per bene. E’ consigliabile manipolare poco in una prima fase e lisciare bene, appallottolando con le mani, prima di mettere le porzioni negli stampi. Per non fare attaccare la pasta agli stampi é necessario spolverare all’interno dell’amido di mais o rivestire lo stampino con della pellicola trasparente. In alternativa modellare con le mani la pasta creando le forme della frutta gradita. Far riposare per 24 h prima di procedere alla colorazione.
Per la colorazione é necessario acquistare i colori per alimenti e diluirli con un pennellino utilizzando l’alcool puro. I colori possono essere diluiti utilizzando su un piatto, in modo da creare i colori base e le varianti per le eventuali sfumature. Per colorare utilizzare pennelli per pasticceri o pennelli con setole di qualità. La colorazione deve avvenire a strati, con l’accortezza di fare asciugare bene lo stato precedente. Solitamente si adotta l’ordine seguente:
giallo limone per creare un colore di base
estremità dei frutti
corpo centrale
eventuali sfumature o striature varie
brillante alimentare, meglio se il giorno dopo
Se volete regalare la frutta, fatela riposare per 24 h prima di confezionarla nel vassoio con la carta trasparente. Buona festa di Ognissanti.
Tra le tante cose belle che mi ha regalato Palermo, c’é stata la scoperta del Laboratorio Zen Insieme. Una scoperta fatta per caso mentre si conversava a pranzo con Ilenia e Lorella a casa di Ilenia. A loro, palermitane doc, ho chiesto consiglio su tutto: luoghi da visitare e indirizzi dei negozi preferiti, specialmente bar e pasticcerie per le mie colazioni. Dove assaggiare cannoli e cassate, quali friggitorie scegliere per panelle e arancini, dove andare per la granita e indirizzi vari per cenare. La lista é bella lunga!
Dato che nei mie mille giri nei bar e pasticcerie del centro non avevo ancora visto esposta una delle mie passioni, la frutta martorana, ho chiesto loro dove avrei potuto acquistarla. Ilenia, che é cuoca esperta, la prepara in casa con una sua ricetta, invece Lorella si é ricordata di aver visto proprio in quei giorni le “mamme dello Zen’ indaffarate nella preparazione dei famosi dolcetti. E’ stata lei a suggermi l’acquisto della frutta martorana proprio da loro, le “mamme dello Zen”, perché buonissima, come fatta in casa con prodotti di qualità, senza tanto zucchero ad appesantire l’impasto di farina di mandorle, confezionata nel laboratorio-cucina dell’associazione e a parlarmi dell’associazione. Nel giro di due minuti, giusto il tempo di una telefonata, ha organizzato l’acquisto, la vendita e il luogo di consegna di tre vassoi di frutta per me, perché a Palermo portare in tavola il 2 Novembre, giorno di Ognissanti questi frutti colorati è di tradizione.
Grazie al mio girovagare come turista nei giorni successivi ho scoperto da dove deriva il nome di questi dolcetti che hanno una storia curiosa legata a quella delle suore del convento attiguo alla ChiesadellaMartorana, (chiesa di San Niccolò dei Greci) a Palermo. La tradizione vuole che le monache del monastero benedettino in occasione della visita di Carlo V a Palermo (ma in rete si trovano riferimenti a visite Papali e/o di Vescovi ) avessero preparato dei dolci a forma di frutta, in particolare di agrumi, da appendere al posto di quelli veri già raccolti per abbellire gli alberi spogli del loro giardino e accogliere nello splendore dei colori il sovrano (o chi per lui) in visita.
Com’era da immaginare il mio vassoio é finito in men che non si dica, ed é stato una vera esplosione di gusto. La frutta é squisita e la differenza con quella che usualmente si trova in commercio é evidente: con la ricetta “di casa” i frutti sono meno dolci e stucchevoli, prevale il sapore delle mandorle e l’impasto é morbido. Tutta un’altra cosa per gola e palato e forse anche per la dieta! Proverò a chiedere ad Ilenia se ci gira la sua ricetta.
Ma chi sono le “mamme dello Zen”? Lo ZEN (acronimo di Zona Espansione Nord) è uno degli ultimi grandi quartieri popolari realizzati a Palermo. Ha una parte più recente, denominata Zen 2 ancora in parte mancante di urbanizzazione primaria completa e molte delle famiglie che che la abitano è ancora in attesa dell’assegnazione definitiva degli alloggi. Le mamme dello Zen sono donne – ma sono parte attiva dell’associazione anche genitori e bimbi – che si confrontano tra loro e partecipano attivamente ai programmi offerti dall’associazione che dispone di una struttura di 700 mq dove vengono svolte attività educative e di sviluppo che hanno come finalità “un percorso di crescita dell’intero quartiere” a partire delle capacità e competenze degli abitanti per il superamento di ogni forma di marginalità e per la valorizzazione della cittadinanza attiva.
il Laboratorio Zen Insieme opera da oltre trent’anni. Nasce nel 1988 dall’impegno di un gruppo di assistenti sociali che insieme ad alcuni abitanti del quartiere si sono attivati per il riscatto e la dignità di questo quartiere che é una delle zone più difficili di Palermo. Il progetto nel tempo ha preso corpo e continua grazie anche all’impegno di un gruppo di giovani. Il centro ospita oggi i programmi Punto Luce e Spazio Mamme realizzati in collaborazione con Save The Children e ha in carico più di trecento minori coinvolti in attività di doposcuola, laboratoriali, didattiche, culturali, sportive, ricreative. Ospita una biblioteca che é punto di riferimento anche per per il territorio circostante.
L’Associazione ha inoltre contribuito al recupero di aree importanti come l’orto adiacente al centro, il campetto A. Parisi e il giardino di via Primo Carnera, progettato da Gilles Clément e Coloco per Manifesta12, luoghi restituiti all’utilizzo e assicurati alla cura dell’intera comunità.
Tanti sono i progetti in corso e per questo vi suggerisco di visitare la loro pagina web dove trovate tutto sulla storia e sui progetti in corso e sui modi pre sostenere l’associazione.
Sabato 27 Agosto nel chiostro di San Francesco ad Acqui Terme si terrà l’ultimo degli incontri iniziati a Luglio di yoga solidale a sostegno della ricerca sulla fibrosi cistica.
La fibrosi cistica è una malattia genetica ereditaria, cronica ed evolutiva, che solitamente si manifesta nei primi anni di vita, colpendo l’apparato respiratorio e quello digerente. Allo stato attuale la guarigione non è ancora possibile e la durata media della vita è minore rispetto a quella di un individuo sano. In Italia un neonato su 2500-3000 è colpito da questa malattia.
È stato grazie ai post di Paola (Paola Zunino) sul profilo Instagram delegazioneffcricerca_acquiterme, se mi sono sensibilizzata e ho qualche informazione in più su questa malattia. Il profilo racconta le storie dei malati, promuove campagne di raccolta fondi e informa sulle cure e i medicinali attualmente a disposizione. Da un nostro incontro ad Acqui è nata questa piccola iniziativa a supporto della ricerca.
Se sei in vacanza o abiti nella zona dell’acquese hai ancora la possibilità di unirti a noi per praticare una classe di yoga accessibile. Non è necessario essere sportivi e atletici e neppure essere praticanti esperti. Viceversa se lo sei, sei ugualmente benvenuto.
Concludo ringraziando tutte le persone speciali che hanno partecipato agli incontri, la Corale città di Acqui Terme che insieme al Comune ci ha messo a disposizione questo spazio raccolto che invita alla connessione e Paola, per il suo entusiasmo e la sua generosità. A sabato prossimo 💓
quando: sabato 27 Agosto
ore: 10
dove: cortile della chiesa di San Francesco. L’accesso avviene dal parcheggio della caserma, in piazza Don Piero Dolermo, 24, Acqui Terme.
Colui il cui sguardo è stabile anche senza un oggetto, il cui respiro è stabile senza sforzo, [e] la cui mente è stabile senza un sostegno, egli solo è uno yogi, un guru, e lui solo si deve servire. Amanaska 2.44
Oggi è Guru Purnima la giornata in cui si celebrano con gratitudine e rispetto i maestri spirituali che ci hanno insegnato nella nostra vita. Secondo l’interpretazione della tarda Advaya Taraka Upanishad (14-18), il termine guru origina dalla radice “gu” che denota oscurità mentre la sillaba “ru” denota la luce. Il Guru sarebbe colui (il brahman) che conduce il discepolo (shishya) dall’oscurità alla luce. La trasmissione degli insegnamenti si basa sull’esperienza diretta e pratica e viene chiamata ”parampara”. Tradizionalmente la conoscenza poteva essere trasferita dal guru al discepolo solo dopo anni di apprendistato, anni in cui l’allievo viveva a stretto contatto con il maestro abbandonandosi al Guru completamente: corpo, mente e spirito.
Il maestro è Brahmā (nume preposto alla manifestazione), il maestro è Vinṣṇu (nume preposto alla conservazione) il maestro è Śiva Maheśvara (Dio preposto al riassorbimento) , solo il maestro, invero è il sommo brahman (assoluto senza qualificazioni), a questo venerabile Maestro sia resa prosternazione adorante.
fonti:
Wikipedia
James Mallinson- Mark Singleton, “Le radici dello yoga”, Ubaldini Editore
Quando contempli la Terra vedi che ha numerose virtù, di cui la prima è la solidità. La Terra riesce a sopportare moltissime cose, riesce ad assorbire i numerosi urti e schianti che si abbattono su di essa.
La seconda virtù é il suo essere creativa. Ha dato alla luce una miriade di splendide specie, compresa quella umana. Fra noi ci sono numerosi compositori e musicisti di talento ma la musica creata dalla terra è la più splendida. Alcuni di noi sono artisti e pittori eccellenti, ma è la terra ad aver creato i passaggi più stupendi. Se guardiamo a fondo possiamo scoprire le numerose meraviglie che compaiono sulla Terra. Nemmeno lo scienziato più geniale può creare il magnifico petalo di un fiore di ciliegio o di una magnolia.
La terza virtù è la non discriminazione: la terra non giudica mai una cosa come buona o cattiva, ne scorge invece il legame con tutto il resto. Noi umani abbiamo fatto cose avventate che le hanno nociuto, ma non è arrabbiata con noi. Ci conduce alla vita e ci accoglie quando torniamo da lei. Possiede le virtù della pazienza, della stabilità, della creatività, dell’amore e della non discriminazione. Quando riuscirai a riconoscere tutto ciò, percepirai il legame fra te e la Terra.
Se osservi in profondità e percepisci il tuo legame con la Terra proverai ammirazione, amore e rispetto. Quando ti renderai conto che la Terra non è soltanto l’ambiente, ti sentirai incline a proteggerl a in prima persona. Sei un figlio della Terra. E la Terra è dentro di te. Sai che non c’è differenza tra te e lei. In quel tipo di comunicazione non ti senti più alienato.
Thich Nath Hanh, ”Lettere d’amore alla Madre Terra”, Garzanti
“Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza.
Icaratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici”.
Khalil Gibran
Ci sono donne speciali, forti, ferite profondamente dalla vita ma non vinte. Cristina é una di queste. La vita le ha tolto tanto, privandola negli affetti più cari, colpendola in basso. E lei dal basso ha ricominciato, togliendo gli abiti eleganti, indossando scarpe e vestiti comodi, piegando la schiena e usando le mani.
Recita un proverbio contadino: “la terra é bassa”.
E per Cristina che conosce la fatica di convivere con il dolore (la sorella barbaramente uccisa da un uomo a soli 24 anni per futili motivi) cosa vuoi che sia piegarsi verso terra e faticare se non salvezza?
Cristina ha fatto sua la resilienza delle piante. Il dolore trasformato attraverso il lavoro fisico, dal contatto con la natura, madre accogliente capace di restituire amore alle anime a cui la vita ha tolto tanto. Il lavoro in giardino come terapia di apertura e di rinascita. Perché é proprio nel giardino di famiglia, tra iris ed erbacce che Cristina ha intravisto una possibilità.
“Io e il mio giardino ci prendiamo cura a vicenda l’uno dell’altra. Mettere letteralmente i panni della giardiniera, ogni giorno dopo il mio lavoro d’ufficio in banca, mi ha fatto rinascere, regalandomi nuove energie.”
Il giardino sorge su un terreno di 1.000 metri quadrati posti su terrazzamenti nella località di Trebecco a Credaro. Fu suo padre Luigi, botanico appassionato a realizzarlo nel 1982 con l’aiuto della moglie. Fu lei a suggerire di utilizzare le iris in quel terreno scosceso, perché da bambina aveva visto i contadini utilizzare quei fiori per rinforzare i fossi e compattare il terreno. Le iris sono piante fortissime, vivono con poco, sono resistenti al freddo, alla siccità e non richiedono particolari cure. Sono piante guerriere, come Cristina.
“Mio padre coltivava e ibridava iris barbate da più di trent’anni, pertanto fin da ragazzina il binomio iris-giardino di Trebecco mi veniva naturale. Ma ho percepito la portata della collezione delle iris quando, dopo averla ereditata, ho iniziato a mettere mano alla mole dei suoi appunti botanici e ho trovato gli innumerevoli certificati di registrazione dell’American Iris Society, la massima autorità in materia.”
Quando il padre Luigi muore, Cristina eredita il giardino in stato di abbandono. Chiede aiuto alle sue 13 cugine per salvarlo: erano necessarie pulizie profonde e il ripristino dei muretti a secco crollati. Nel 2018 dopo due anni di lavori, il giardino é pronto per dar corpo alla prima idea di Cristina: l’apertura al pubblico. Nasce il progetto “Le iris di Trebecco”, luogo dove “celebrare bellezza”. Inserito nel castello medievale di Castel Trebecco, vicino Bergamo, in primavera esplode: sono circa 4000 le iris barbate della collezione che fioriscono in più di 150 sfumature colorate.
“Uno dei miei obiettivi primari per i prossimi anni riguarda la classificazione di tutte le iris della miacollezione, individuando gli ibridi creati da mio papà in 30 anni di ricerche. Tutte le tipologie classificate verranno poi divise e moltiplicate per essere destinate alla vendita.”
Cristina oltre all’esposizione di fiori offre corsi di acquerello e composizione floreale e organizza degli slow-weekeend tra fiori e percorsi eno-gastronomici nelle località del territorio.
Dal 2018 Cristina non si é più fermata, neppure durante il lock-down. In quei giorni nel giardino non é potuta andare ma lei, resiliente, da casa si mette in cammino con il pensiero. Da quel substrato pieno di idee e di iris e dai volumi del padre che la circondano, nasce nel 2020, in pieno lock-down, l’idea di dedicare alla sorella, e idealmente a tutte le donne vittime di violenza, la “Biblioteca della natura Paola Mostosi”. Riordina i libri del padre e poi avvia una campagna di raccolta di libri ed opere d’arte a tema naturalistico attraverso i social, che parte da subito alla grande.
“Adesso il mio lavoro principale consiste nella catalogazione di tutti i volumi che sto acquistando e ricevendo. La prima donazione importante è stata la raccolta dei volumi di arte floreale di Alessandra Paccanelli, flower designer, scomparsa anni fa. Il fatto che gli eredi, per non disperdere questo patrimonio, avessero pensato a me è stato significativo e l’ho percepito come un riconoscimento di stima, ma anche come l’inizio di una nuova sfida.”
La campagna di raccolta é ancora attiva. Si può donare contattando Cristina su Facebook e Instagram, che é il “luogo” che ci ha avvicinate.
Attualmente Cristina é impegnata nella ricerca di una sede per la biblioteca, che lei vede come un luogo in continuo divenire. Le piacerebbe trovare dei finanziamenti per creare borse di studio per giovani artisti. Una sorta di “giardino dell’arte”, dove gli artisti per un certo periodo di tempo potrebbero interagire, ibridarsi e metaforicamente “far nascere fiori”; le creazioni (negli ambiti della scrittura, arti figurative e musicali) entrerebbero a far parte di una collezione in esposizione permanente presso i locali della biblioteca.
“La Biblioteca della Natura sarà un luogo duttile, dove la consultazione dei libri sarà una delle attività. Ci saranno “laboratori” (con materiali provenienti dalla Natura e dal riciclo dei materiali), worshops, presentazioni di libri, mostre di fiori, fotografie e tanto altro.”
Il filo conduttore sarà il favorire “bellezza” e “benessere” nel loro senso più ampio: mentale, spirituale e fisico.
Sabato scorso ho abbracciato e ascoltato Cristina, che considero “maestra di vita”, raccontare la sua storie e i suoi progetti a “Fiorissima”, la Mostra Mercato Florovivaistica di Ovada (Al). Ho avuto conferma della sua forza e della sua resilienza. La sua storia dimostra come possiamo dare il meglio di noi anche se la vita ci pone di fronte ad eventi terribili.
C’é una storia sufi che Chandra Livia Candiani racconta nel libro “il silenzio é cosa viva. L’arte della meditazione” che descrive la parabola di Cristina.
«Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne. L’asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi. Infine, il contadino prese una decisione crudele: concluse che l’asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l’animale dal pozzo. Al contrario, chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l’asino. Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L’asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase zitto. Il contadino allora si decise a guardare verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide. A ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l’asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, l’asino riuscì ad arrivare fino all’imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando».
Ecco Cristina é così: una che non si é arresa che non si é comportata da vittima ma ha trovato il modo per emergere e trasformare la sofferenza in salvezza. Mi piace immaginarla nei panni di Virabhadrasana. Vira in sanscrito significa “eroe”, uomo coraggioso e bhadra significa “buono”, benevolo, di buon auspicio. Il grande guerriero Virabhadra che emerge dalla terra (Virabhadrasana 1), sfodera la sua spada (Virabhadrasana 2), carica il colpo (Parsva Virabhadrasana ) e taglia la testa a Daksha (Virabhadrasana 3) ma questa é un’altra storia. Cristina con la spada ha incanalato il dolore e lo ha trasformato, perché solo accettando il dolore e la sofferenza possiamo aprirci al cambiamento e rinascere in un bellissimo fiore.
“L’essenziale è invisibile agli occhi, si vede bene solo con il cuore” Saint-Exupery
Questo secondo periodo di lock-down è stato un periodo particolarmente duro, che ha portato ulteriori cambiamenti nelle abitudini e in quasi tutto intorno a noi. Per quel che mi riguarda la pratica personale è stata una compagna fedele, ma il calore e il conforto sono arrivati dagli studenti della shala virtuale che con la loro partecipazione mi hanno sostenuta e mi hanno di fatto reso la vita piena. Per questo, appena è stato possibile, ho invitato il mio gruppo ad Acqui Terme. Volevo ringraziare tutti per l’affetto e il supporto ricevuti. Ed è stato emozionante tornare a praticare insieme dopo tutti questi mesi di chiusura.
“ E’ facile trovare bellezza e vera gioia dove il cuore, la fantasia, il coraggio e soprattutto la sincerità del sentire e del fare hanno il sopravvento: poche cose più di un giardino possono far sentire un cuore e il suo palpito.” P. Pejrone
Ad Acqui Terme passo molta parte del mio tempo in solitudine. La casa dove vivo ha un bellissimo giardino che curo insieme a mio marito e mi piace pensare che in un certo senso ci rappresenti: è forte e robusto e non ha bisogno di troppe attenzioni. Ed è uno dei miei maestri.
Chi cura o ha la fortuna di frequentare un giardino sa che il giardiniere deve sviluppare l’arte della pazienza. Come nello yoga in giardino non c’è fretta. Il coltivare ha i suoi tempi. Lenti.
Quanto siamo cambiati in questo anno? Tanto. Basta pensare alla nostra pelle che si rinnova completamente in un mese (in un anno ne perdiamo senza accorgercene circa un 20 chili). Qualcosa muore per essere sostituito. Osservare un giardino rende palpabile il concetto della trasformazione. Abbiamo sotto gli occhi il tempo con le sue fasi. Suggerisce quando è necessario rallentare e andare in letargo. Vivere nell’apparente immobilità. A noi che siamo anestetizzati dal cemento, le stagioni del giardino ricordano che la vita è un ciclo e non segue una linea retta. La primavera segna la ripresa, la rinascita, l’energia vitale non si contiene, e scorre, e trasforma.
La vita metaforicamente è ripresa anche per noi questa primavera grazie anche agli effetti della vaccinazione di massa che ha reso possibile rivederci, non troppo lontano da Genova, per una giornata di pratica e di relax. E quale posto migliore di un giardino? La quiete rigenerante di Cascina Loreto era quello che ci voleva “per guardare oltre”.
Nonostante il poco preavviso chi è riuscita ad organizzarsi è stata accolta da prati rigogliosi e ben rasati (tutto merito di mio marito) dai carpini e dai tigli pieni zeppi di foglie e da una esplosione di colori. Le peonie in boccio con il loro profumo, i mughetti, i primi boccioli di rose e le iris multicolori in quantità. E anche il meteo ha fatto la sua parte, regalandoci una giornata con sole pallido e poco vento, quando a Genova le nubi erano grigie e minacciose.
Abbiamo praticato sotto i carpini in sintonia con il fruscio dei rami mossi dal vento, dei cinguettii degli uccellini, dei profumi. Consapevoli di essere corpi energetici in sintonia dell’universo; corpi che si trasformano, che assumono forme talvolta sospese ma sempre connesse tra terra e cielo. La pratica yoga. Rigenerazione, equilibrio, respiro e meditazione.
A scompaginare la “sacralità del momento” ci ha pensato Tan, il mio gatto, che sul finire della sessione si è precipitato tra i tappetini con un topino in bocca, forse credendosi Gaṇeśa.
Il momento conviviale non poteva mancare. Intorno al tavolo da pranzo. Il menù vegetariano, quasi tutto auto-prodotto con ingredienti locali.
Questo è il libro che consiglio a tutti quelli che mi chiedono un buon libro sullo Yoga, sia che siano sadhaka (praticante) esperti sia che siano aspiranti yogi.
Nel libro di Donna Farhi – “Lo Yoga nella vita” La pratica quotidiana di una vita illuminata, Corbaccio – non ci sono foto e non ci sono dettagli tecnici sulle asane. C’è molto di più. L’autrice con un’ampia visione e un linguaggio semplice ci spiega come applicare la filosofia dello Yoga nelle nostre vite. Da voce a quelle domande che possono sorgere da impulsi profondi: Cosa ci manca? Chi siamo realmente? Qual’è la motivazione che ci spinge a voler praticare?
L’autrice ci spiega che chiunque, a partire dal proprio corpo e con la pratica costante, può superare quei pensieri e quei comportamenti che possono limitarci ed aspirare a qualcosa di più ricco, una vita più equilibrata e saggia. Ci spiega come iniziare il percorso, come scegliere un maestro; ma ci spiega anche l’importanza di una pratica personale. Ci spiega come fare per sostenerla e renderla costante, e non importa se siamo praticanti che dedicano alla pratica un giorno alla settimana. Si rivolge anche agli insegnanti, che a volte annullano la propria pratica personale fagocitati dall’insegnamento. Ci mette in guardia descrivendo gli ostacoli che possono mettersi in mezzo al nostro cammino, rallentandolo o addirittura bloccandolo. Ma ci da anche delle belle notizie, raccontandoci dei mezzi che in quanto sadhaka abbiamo a disposizione per proseguire il nostro viaggio verso la libertà e la beatitudine.
Gli spunti sono tanti e la riflessione può muoversi su più livelli. Ecco perché ho letto questo libro più volte e ancora continuo a tenerlo sul comodino. Ogni rilettura chiarisce, mi sostiene e mi motiva nella pratica. Tra le sue pagine trovo quel sostegno che puoi trovare in un amica, quella che nel momento giusto ti rivela quel qualcosa di te che non funziona ma che tu da sola non eri ancora in grado di vedere. Questo libro per me e’ quell’amica che nel momento di dubbio ti regala le parole di cui hai bisogno per capire quale direzione prendere e ripartire.
Se anche tu hai un libro preferito da suggerire scrivimi e raccontami perché.