Tutto ciò’ che nel disegno divino e’ destinato a noi germinerà con la naturalezza di un respiro profondo, quella stessa che ci riporterà nei luoghi che ci sono cari, quelli in cui ci sentiamo a casa.

Lo stile di vita con cui ognuno di noi e’ costretto a fare i conti ci spinge e sollecita in continuazione verso cose ed oggetti da raggiungere, esperienze sempre più’ sberluccicose da vivere. E’ una continua lotta per quello che non c’e’. Viviamo i nostri giorni nella mancanza e nella separazione. La distanza come leitmotiv. In realtà quello che e’ destinato a noi, si accorda a noi con naturalezza, senza separazione, si ha lo stesso passo.

Io e Stefania cosi’ come ognuno di noi, seppur con pesi diversi perché, parafrasando un celebre incipit* le sofferenze non si assomigliano mai, abbiamo saggiato le nostre fragilità’ e ad un certo punto della vita “ci siamo arrese”. Ferme, inerti, annichilite, senza risposte. Come piante che perdono la parte aerea e spariscono completamente e appaiono secche, morte. In questo tempo di stasi, di quiete, si affidano. Stanno in un limbo, in una soglia, in penombra.

Ci siamo affidate, continuando a danzare nell’incertezza dell’esistenza, cercando luce.

Abbiamo lasciato fare alla vita.

Nei testi classici dello yoga troviamo la descrizione di questo stato, mi riferisco agli scritti di Patanjali, agli strumenti che la sadhana ci offre per evolverci spiritualmente. L’ultimo atto dei niyama, “l’ultima spiaggia”, é la “resa”, é īsvarapraṇidhāna**. E’ l’atteggiamento dell’affidarsi al sacro, al divino, quello stato naturale che avviene quando si sta nella disponibilità’, quando si rimane nella “non risposta”, nella non reazione, nell’ascolto, quando ci si affida agli aspetti sottili, quando, in ultimo, si riconosce una potenzialità che non dipende da noi. Ci si apre al rito, all’azione corporea (kriya) fisica, che favorisce l’aspetto devozionale (rituali, preghiere etc). Si ritorna, al silenzio, atto sacro, immateriale, interno, invisibile, indicibile.

Le piante sono grandi maestre da cui imparare, sanno stare, sanno restare.

Le loro radici affondano nel terreno con un centro vigoroso, forte ed evidente, si assottigliano sempre più , diradandosi via via attraverso piccoli e delicatissimi filamenti (sūkṣma, sottile, delicato) i “peli radicali” , sostegno e canale di nutrimento, in cui prende corpo la forza necessaria per (ri)tornare in piena luce.

La fiducia, é la chiave.

Ci vogliono forza e fiducia per abbandonarsi al mistero, ma anche per vivere ogni atto della vita ordinaria. Fiducia é aprirsi agli altri, é affidarsi all’autista del bus che ci conduce al lavoro, al cuoco del ristorante, nella cura del medico. Fiducia nel proprio corpo, delle sue capacità di esserci in ogni atto della vita (respirare, camminare, scrivere, pensare, parlare, giocare…). Non c’é certezza di successo nella fiducia. Fiducia é comprendere che c’é un disegno più grande di noi, e che nel tratto a matita non ci sono solo cose belle e piacevoli.

C’e’ un fiore bellissimo, profumato e colorato che dalle profondità della terra non si vede.
Ogni vita, ogni radice, ogni pelo radicale, ognuno di noi, é potenzialmente un fiore. Sta a noi, dargli gli strumenti e il nutrimento per sbocciare bello e sano. Sta a noi esprimerci in modi eleganti e dignitosi, vivere e crescere in un percorso luminoso e di grazia.
Sta a noi coltivare il terreno, renderlo fertile, e re•stare in ascolto.
Sta a noi affidarci con fiducia al mistero della vita, e sta a noi, condividere con gli altri le grazie ricevute.
Sta a noi tornare in quei luoghi che non si cercano. Che hanno il sapore dell’abitare. Dei luoghi che accolgono, che non hanno lo sfavillio luccicoso dell’esotico. Quei luoghi che hanno il sapore di un dono sincero e prezioso, come il respiro, o un abbraccio amico.

Queste le intenzioni alla radice del nostro re•stare, del kṣetra (campo) in cui radicheremo.

“Yogaḥ citta-vṛtti-nirodhaḥ” Il metodo che volge all’arresto definitivo del vorticoso plesso delle cognizioni (cittavṛtti) — Yoga Sūtra di Patañjali, I.2 Traduzione Federico Squarcini

Se queste parole risuonano nel tuo cuore come un’intuizione, quella sottile dell’affidarsi, allora è il momento.
Quello di incontrarsi, lì dove il respiro e’ pace e il cammino si fa abitare.

re•stare retreat

Stefania & Federica

Note:
*Lev Tolstij, Anna Karenina, “Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice é infelice a modo suo”
**L’ascesi fervente (Tapas), lo studio in proprio (Svadhyaya) e la dedizione al dio (īśvara) sono [i principali ambiti in cui il metodo è messo in pratica (kriyāyoga).
īśvara nell’induismo, é uno dei sinonimi di «signore, dio», adoperati dagli adoratori di Śiva per indicare l’Essere supremo, considerato come creatore, distruttore e rigeneratore dell’universo .

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