Gignese 9-11 maggio

“Le parole, 

come fa la Natura, rivelano

e insieme 

celano l’interno dell’Anima” 

Questo verso di Alfred Tennyson incarna profondamente le sensazioni percepite durante questi giorni di “espandere retreat”.  Incarna quell’anima degli accadimenti che non  si può spiegare a parole.

Corpi in movimento, respiri come aria che alimenta il fuoco, che plasma forme, masse incandescenti e poi fredde, magma che nel suo processo scioglie, addensa, cristallizza e consolida generando nuove forme di noi, nuove parti in luce e nuove ombre su cui lavorare. 

Nonostante le differenze, le resistenze, gli attaccamenti. Nonostante quegli antarāyā (gli ostacoli)  che appesantivano il bagaglio del viaggio in ognuno di noi. Nonostante. 

Quello che non si può spiegare lo portiamo nello scrigno dei nostri cuori, nelle nostre anime, come vibrazioni della sādhana riverberate nei silenzi condivisi, nei lampi di realtà che ci hanno illuminato, nelle emozioni che riportiamo con noi, nelle nostre vite ordinarie.

La magia che accade talvolta, qui si é resa manifesta, tangibile, nella connessione autentica, nelle vibrazioni delle sillabe sacre (((om))) che ci hanno uniti in una forma completa, il cerchio.

Qualcuno forse non é riuscito ad abbandonare del tutto i suoi pesi, o li ha ripresi poco dopo l’intervallo delle pratiche.

Nonostante. Si é resa manifesta una situazione di accordo, anugunānām, un accordo in risonanza tra di noi.

Ognuno di noi parte attiva del rituale, attraverso il corpo, la mente e il respiro, i gesti consapevoli e profondi praticati in pienezza, gestualità autentica densa di significati e fiducia nel processo, nella capacità trasformativa della sadhana, del rituale.

E forza. Quella forza del virā (eroe), che contempla in pace e non ha paura del sacrificio, del tempo (kāla), sa aspettare, sa colpire quando é tempo di lottare. Ha la forza per sostenere ciò che é scomodo, ciò che ci ribalta completamente e sembra spezzarci.

C’é quel bellissimo mito indù sulla zangolatura dell’oceano che rappresenta il continuo lavoro da fare su se stessi, la sadhana. Dal rimescolamento, (con la pratica) emergono i frutti, l’amṛta, il nettare che dona l’immortalità. Ma emergono anche i veleni. Solo quando siamo disposti ad accettare ed accogliere il veleno può avvenire il processo di trasformazione. (*)

Non é un lavoro facile. Si fatica ad abbandonare le vecchie risposte, gli schemi consueti di reazione, le difese costruite nel tempo, le sicurezze acquisite. Ma quando ciò accade, quando il cuore si apre all’ignoto, alle persone, ai luoghi, ai sapori, allora si da spazio alla possibilità del cambiamento. Si ha accesso all’espansione. Si creano ponti. Si creano connessioni. 

I suoni vibranti del respiro, hanno tracciato passaggi tra il visibile e l’invisibile in ciascuno di noi. Rivelato in un lampo ciò che non siamo. Le antara vritti, (le onde di pensiero interne) si sono fatte più luminose, più leggere, come le acque placide e trasparenti del Lago Maggiore che abbiamo contemplato dall’alto.  In quella quiete placida sono affiorate emozioni profonde, sapori (rasa) liberi dai condizionamenti. Stupore e meraviglia.

La pratica é stata ritmo, canzone, si é fatta melodia. Senza separazioni, senza confronti, senza invidie, senza competizione. Si é fatta dono.

Questa é la forza del praticare in un retreat. 

Chi c’era si é messa in gioco, nella tolleranza, nell’ascolto nel cambiare abitudini, cibo, parole. Ha comunicato nei silenzi, nei gesti, nella presenza e nelle assenze. 

Cosa portiamo a casa con noi? 

Noi siamo rientrate ispirate, illuminate dalle vostre luci che conserviamo nel cuore e piene di bellezza che siamo pronte ad offrire e diffondere pur consapevoli di tutti i nostri limiti. Consapevoli di far parte di qualcosa di bello, di essere state silenzio e risate, stanchezza e sostegno.

Noi con voi, voi con noi. Insieme, noi. 

Con amore, federica&stefania

(*) Nel mito del frullamento dell’oceano i “deva” (esseri divini) e gli asura (esseri demoniaci) si alleano per agitare le acque dell’oceano cosmico e recuperare l’amṛta, il nettare dell’immortalità. Dal caos e dalla fatica emergono doni preziosi, ma emergono anche i veleni. Siva per salvare l’umanità dagli asura, che hanno avuto accesso al nettare, beve il veleno, diventa Neelakantha, dalla gola blu e sconfigge gli asura. La zangolatura dell’oceano è una metafora del processo di separazione del bene dal male, del puro dall’impuro, dalla verità e l’illusione, e può essere interpretata come un’allegoria del percorso spirituale yogico verso l’illuminazione. 
Solo ingoiando il veleno si può guarire.

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