Colui il cui sguardo è stabile anche senza un oggetto, il cui respiro è stabile senza sforzo, [e] la cui mente è stabile senza un sostegno, egli solo è uno yogi, un guru, e lui solo si deve servire. Amanaska 2.44

Oggi è Guru Purnima la giornata in cui si celebrano con gratitudine e rispetto i maestri spirituali che ci hanno insegnato nella nostra vita. Secondo l’interpretazione della tarda Advaya Taraka Upanishad (14-18), il termine guru origina dalla radice “gu” che denota oscurità mentre la sillaba “ru” denota la luce. Il Guru sarebbe colui (il brahman) che conduce il discepolo (shishya) dall’oscurità alla luce. La trasmissione degli insegnamenti si basa sull’esperienza diretta e pratica e viene chiamata ”parampara”. Tradizionalmente la conoscenza poteva essere trasferita dal guru al discepolo solo dopo anni di apprendistato, anni in cui l’allievo viveva a stretto contatto con il maestro abbandonandosi al Guru completamente: corpo, mente e spirito.

Tra i mantra dedicati al maestro troviamo questo:

gurur brahmā gurur viṣṇur 
gurur devo maheśvaraḥ
gurur eva para-brahma
tasmai śrī-gurave namaḥ
guru-gita (32)

Il maestro è Brahmā (nume preposto alla manifestazione), il maestro è Vinṣṇu (nume preposto alla conservazione) il maestro è Śiva Maheśvara (Dio preposto al riassorbimento) , solo il maestro, invero è il sommo brahman (assoluto senza qualificazioni), a questo venerabile Maestro sia resa prosternazione adorante.

fonti:

Wikipedia

James Mallinson- Mark Singleton, “Le radici dello yoga”, Ubaldini Editore

Diego Manzi, fonte web

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